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Il terzo e ultimo giorno è cominciato all’insegna della fretta, in quanto volevo assolutamente visitare due posti che ho amato alla follia (il Fushimi Inari e il Byodoin) prima di dover prendere il treno per l’aeroporto.

Spoiler: ci sono riuscito.

Prima di tutto, sono andato al Fushimi Inari, dove mi sono soffermato solo all’ingresso principale. Purtroppo non avevo proprio il tempo di girarmelo tutto con calma, ma la bellezza dell’ingresso è bastata per farmi felice, tra torii stupendi e statue protettrici di volpi.

Questa volta non mi sono scordato il quadernino dei goshuin, quindi niente fogli volanti, ho potuto ammirare i sacerdoti/preti all’opera mentre scrivevano e timbravano le pagine del mio quadernino.

Nonostante non fossero nemmeno le 11, mi sono concesso di pappare una leccornia delle bancarelle ai lati del santuario, ovvero un bello spiedino di wagyu (carne bovina giapponese).

Ero tentato di prendere lo spiedino di carne di Kobe, una delle qualità più alte dell’intero Giappone, ma ho scoperto che sarebbe costato 2000 yen (16 euro), quindi ho preferito andare per la carne standard (manco 5 euro). Era comunque molto buona.


Terminato il mio business con il Fushimi Inari, sono corso sul treno, direzione Uji, luogo che ospita il bellissimo Byodoin. Lì, mi sono incontrato con amici e mi sono incamminato per vedere il tempio.

Non avendo poco tempo rimasto, ho soltanto ammirato la Phoenix Hall da lontano e ho fatto due passi per il museo.

Il Byodoin è così bello da essere uno dei pochi luoghi giapponesi che riesco ancora a ricordarmi del corso di arte dell’Asia Orientale, dopo 3 anni.

Vedendo il museo, invece, mi sono reso conto di non ricordarmi un accidente del corso di filosofie dell’Asia orientale, incentrato sul Buddhismo. Per fortuna la prof non mi conosce molto, sennò avrebbe mandato un missile nella mia direzione da Roma. A malapena ricordo i nomi dei bodhisattva, ma tutto il resto è un vuoto nella testa.

Almeno so che la mia conoscenza non è enciclopedica…e forse è meglio così.

Avrei voluto tanto fare qualche foto ai reperti del museo, ma era vietato. Era persino vietato toccare alcuni reperti non inseriti in una teca di vetro.

E certo, davvero pensano che uno toccherebbe con le proprie mani lerce un campana sacra vecchia di tanti secoli?

…In realtà fanno bene a mettere divieti palesi. Mai sottovalutare l’acume di certi turisti.

Piccola menzione a parte per i cuccioli di airone che sguazzavano nelle acque che circondavano la Phoenix Hall. Erano tanto adorabili.

Altra piccola bellezza che sono riuscito a rivedere prima di scappare via è stata la statua di Murasaki Shikibu, autrice di uno dei più grandi classici giapponesi di sempre, ovvero “La Storia di Genji” (Genji Monogatari).

Avrei voluto tanto vedere il museo dedicato a questa opera, visto che nel 2018 era sotto restauro, ma con le tempistiche non ce l’avrei mai fatta. Spero nella prossima volta.


Purtroppo era arrivato il momento. Bisognava prendere il treno per l’aeroporto del Kansai. Salutate le mie amiche, sono corso alla stazione di Kyoto, ho recuperato il mio trolley (in Giappone, penso di potermi fidare ciecamente dei coin locker, gli armadietti in cui rinchiudere qualunque cosa tu non possa portare a lungo, durante la giornata) e sono salito su un altro treno decorato da Hello Kitty.

Dopo questa, comincerò a venerare Hello Kitty come la nuova divinità protettrice dei viaggi in treno.


Il viaggio di ritorno in aereo è andato molto più liscio che all’andata. Nessun ritardo preoccupante, nessun cigolio angosciante, nessuna signora impanicata. Anzi, le ragazze della mia fila dormivano beate. Io devo ancora capire come riuscire ad addormentarmi sull’aereo senza avere paura di non svegliarmi. Speriamo che questi due voli fatti nel weekend abbiamo fatto da terapia per la mia aerofobia (paura per gli aerei – sì, l’ho cercata proprio in questo momento, così da inserire in questo papiro almeno un termine forbito).


Grazie, Kyoto. Sei stata meravigliosa, come due anni fa. Sticavoli della pioggia, della temperatura incoerente e dei negozi chiusi a tradimento. Io ti visiterei ogni settimana, se potessi.

Avere incontrato degli amici, però, ha reso tutto il doppio più piacevole. Grazie della vostra compagnia, ragazzi.

È ovvio che tornerò in questa antica capitale. Non c’è due senza tre.

RedNerd Andrea

One thought on “UN BREVE RITORNO A KYOTO.

  1. hikaruka78 ha detto:

    Per qualsiasi info sul Seimei Jinja, sono a disposizione! Diciamo che modestamente sono un piccolo esperto! Anzi, mi hai fatto venire voglia di farci un post! Un abbraccio, Andrea!

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