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Ogni volta che sento molte persone parlare di qualcosa come la serie/il film/il gioco/il personaggio del momento, io subito mi distacco e giuro solennemente di non filarmelo. Le cose mainstream mi fanno venire l’orticaria. Sembrano che esistano solo loro, in un certo periodo. Un po’ come sta succedendo ultimamente con “Joker”: ero tanto curioso (e lo sono ancora, per il momento) di vederlo, ma vedere la mia home di Facebook intasata di meme, recensioni e post sul film ha cominciato a farmelo restare indigesto. Ho capito, amici cari, me lo vedrò…quando sarà passata la moda. Considerando che vivo in Giappone, probabilmente succederà nel 2020. Stesso per “Frozen 2”. Pazienza, recuperò con i miei ritmi, come ho sempre fatto con le cose mainstream: “Game of Thrones”…”La Casa di Carta”…e adesso “Queer Eye”.

Me ne parlavano bene da moltissimo tempo, ma avevo troppe serie da recuperare. In più vedevo sempre post e citazioni del capellone del gruppo sui social, quindi ero entrato in pieno umore “Mainstream ble”. A differenza degli altri prodotti super popolari, però, sotto sotto ero davvero curioso di cominciare questo programma, quindi mi promisi di iniziarlo alla prima occasione utile.

Appena constatato che, in Giappone, il catalogo Netflix avrebbe compreso pochissimi prodotti in lingue diverse dal giapponese, compresi che era arrivato il momento e mi scaricai offline la prima stagione in modo da gustarmela con calma nel mio dormitorio.

Sono arrivato alla fine della seconda stagione, me ne mancano ancora altre due, più l’imminente speciale ambientato, guarda guarda, proprio in Giappone, ma ho già capito molte cose.

Quando determinate persone mi consigliano roba da vedere, ci azzeccano sempre. Con il passare delle puntate, sto amando questo programma sempre di più. Fa ridere, insegna molte cose, sia a livello materiale che a livello culturale, e riesce anche a farti commuovere grazie alla potenza delle storie protagoniste.

Penso di aver finalmente trovato il mio guilty pleasure definitivo. “Queer Eye”.

…e sì, è inutile negarlo. Il capellone è il migliore.


Cominciamo subito col presentare quest’opera.

Creato da David Collins, “Queer Eye” è un programma americano e reboot di “Queer Eye for the Straight Guy”, uscito nel “lontano” 2003.

La premessa è la stessa per entrambe le serie: 5 ragazzi omosessuali si dirigono da una persona e la aiutano a migliorare la vita sotto vari aspetti: abbigliamento, arredamento, cucina, igiene personale e cultura. Grazie al loro stravagante ma ottimo supporto, il protagonista dell’episodio acquisterà finalmente le qualità necessarie per conseguire i suoi obiettivi.


I cinque “salvatori” di questo reboot, denominati i “Fabolous 5” (abbreviato in “Fab 5”), sono:

  • Antoni Porowski, chef ed esperto gastronomico;
  • Tan France, esperto di abbigliamento;
  • Karamo Brown, esperto di cultura e psicoterapeuta;
  • Bobby Berk, esperto di design e arredamenti;
  • Jonathan Van Ness, esperto di cura personale (in inglese “grooming”)

Loro sono l’ultimo baluardo di speranza in grado di salvare alcuni soggetti americani disperati dal loro grado di estremo disagio e negligenza.

Per la prima volta in non so quanti anni, voglio bene a TUTTI i protagonisti. Ovviamente preferiscono alcuni ad altri, ma li trovo tutti simpatici, interessanti e in grado di lasciare una loro impronta all’interno del programma.

Antoni è il più discreto e sobrio del gruppo. In mezzo alle tante follie degli altri quattro, i suoi momenti alla fine sono una piccola boccata d’aria fresca. Poi ti rendi conto che per colpa sua e dei suoi piatti te viene fame e quindi preferisci tornare alle stravaganze degli altri Fab. Alla fine è il più sensibile del gruppo: viene colto in lacrime in tantissimi momenti delicati ed è impossibile non volerlo abbracciare. A patto che ci cucini qualcosa di buono, ovviamente.

Tan, da perfetto esperto di stili e tendenze (altro che Giulia De Lellis), ha sempre ben in mente cosa possa stare bene alle sue “vittime”. Strano ma vero, presenta quasi sempre proposte ottime e azzeccate, anche se il suo tocco queer non manca mai e va benissimo così. Impossibile non fissare il suo ciuffo, soprattutto quando parla in primo piano. È palese che lo tiene così per sembrare più alto, ma gli si vuole bene così come è, gnappo e col naso importante. Ah, è inglese, quindi parla con uno spiccato ma bellissimo accento british. Se non ci fosse già Richard Armitage da prenotare per narrare la mia soporifera vita come se fosse un capolavoro epico, forse forse avrei richiesto all’istante la sua.

Karamo è l’elemento più intellettuale dei cinque. Tiene molto alla cultura e al fattore sociale della persona che ha davanti. Riuscirebbe a trasformare il più introverso del mondo in un chiacchierone a mitraglietta. Quando non ha da agire in campo social, sa essere un ottimo psicologo. In alcuni episodi non combina un granché, ma ha una storia importante (come gli altri, del resto), soprattutto legata alla sua pelle, quindi alcune sue confessioni riguardanti il passato sono molto toccanti.

Bobby si vede lontano un miglio che è il nerd pazzo del gruppo. Ha una faccia che è tutto un programma. Riesce a fare i miracoli, visto che in pochi giorni è in grado di trasformare le case a cui mette mano (senza però cambiare le fondamenta). Alla faccia degli straordinari. Anche lui ha una forte storia da raccontare e nel corso degli episodi si lascia conoscere sempre di più. Morale della favola: eccone un altro da abbracciare.

Infine c’è lui. La kween (queen) non solo del quintetto, ma dell’intero programma.

Jonathan, il capellone.

è davvero impossibile non notarlo. Ha dei capelli che farebbero invidia al 90% delle donne, comprese le ragazze che fanno la réclame della Pantene…quindi sì, anche la Ferragni ha i capelli lerci, in confronto a lui. E anche io me li sento veramente pietosi, ogni volta che vedo la lunga chioma del Van Ness ondeggiare. C’è più swish di capelli che doppi sensi, in questo programma…ed è tutto dire. Poi però, la kween si rende conto che deve essere più umile, quindi se li lega, ma il danno è fatto. Gli spettatori sono già andati dal parrucchiere per farsi fare la permanente.

Esperto di cura personale, Jonathan tiene anche alla cura della pelle. Grazie a lui, mi rendo conto che almeno il 70% della popolazione non ci tiene molto a rendere la pelle fresca e in salute, oppure la barba morbida e i capelli perennemente puliti. Io non mi vergogno a includermi in quel 70%, anche se la verità fa male. Riuscissi almeno a trovare dei prodotti a buon mercato, ma senza ingredienti chimici e segretamente nocivi. Mica è facile.

Anche per quanto riguarda il carattere, è impossibile non notarlo. È l’unico dei 5 a essere perennemente energico. Non c’è una scena in cui lui non salti, non faccia piroette e non si lasci sfuggire un commento caustico sulle condizioni del soggetto da aiutare, senza però cadere nella cattiveria gratuita. Se c’è una cosa che apprezzo molto dei Fab 5 è che le loro critiche possono essere sì tremende, ma sempre costruttive e mai volte a mortificare e insultare senza motivo. Inizialmente, però, trovavo Jonathan esagerato. Non ero affatto intenzionato a sopportare una copia capellona, barbuta (ogni tanto) e senza occhialetto da sole incorporato di Malgioglio, poi ho capito che è così di natura: un unicorno sbrilluccicoso. Ergo, è diventato il mio preferito, soprattutto dopo aver letto il suo trascorso su Wikipedia. Non avrei mai immaginato che avesse passato così tante rogne. Sarei capace di comprare il suo libro. Le sua urla stridule e i suoi vari “honey”, “gorgeous” e “yaaaaas” sono le parti più esilaranti del programma.

I Fab 5, quindi, funzionano alla perfezione, grazie ai loro caratteri diversi, ma uniti sotto un fronte comune: aiutare le persone a migliorare la propria vita e diffondere amore e tolleranza nella società. Chi meglio di loro è adatto per questa missione?

Un programma come questo, per quanto capace di offrire un alto grado di intrattenimento in vari modi, non può funzionare se il team protagonista non è bel amalgamato, perciò la grande intesa tra i ragazzi è uno dei punti forte dell’intero prodotto. Vedere come sono sempre vicini, complici e pronti a supportarsi è davvero bello, riesce a sciogliere i cuori.

Anche i protagonisti scelti per il makeover, però, non scherzano in particolarità. Tra giovani pianisti, pigroni non laureati e mariti/padri super affaccendati, la mole di lavoro per i Fab 5 è enorme. Ognuno di essi si trascura da moltissimo tempo per diverse ragioni, soprattutto per pigrizia o per estrema generosità nei confronti degli altri, dando loro tutto il tempo e il denaro, senza pensare di farsi da soli un po’ di bene. È bellissimo pensare solo al prossimo, per carità…ma ogni tanto, curateve un po’. Poi non rimaneteci se Queen Jonathan si inorridisce, guardando il vostro look trasandato.

Alcune di queste persone, però, portano dei fardelli molto forti e rivelano, nel corso della puntata, la loro storia complicata. Ho provato tenerezza per molti di loro.

Inizialmente, i nostri ragazzi si occupano solo di uomini, ma nella seconda stagione decidono di ampliare i loro orizzonti e vengono introdotte anche donne come clienti.


Gli episodi sono divisi secondo uno schema fisso.

Si comincia con i Fab 5 che si dirigono verso la loro nuova vittima. Poi, sigla super fashion e descrizione più dettagliata del protagonista dell’episodio.

In seguito, i nostri eroi arrivano dal loro obiettivo, lo conoscono meglio, constatano la situazione terribile in cui vive (tra poca cura personale e mentale, utilizzo scarso della cucina, vestiario estremamente discutibile e casa mortificata per l’eccessiva negligenza) e organizzano insieme a lui un piano d’azione. La “vittima” viene sempre nominata da qualcuno (se non da sé stessa) e l’aiuto dei 5 baldi giovini è richiesto perché un evento importante per la persona in questione è alle porte.

Il makeover ha inizio. I Fab 5, in 3-4 giorni, portano il loro assistito in giro per vari luoghi utili per migliorare l’abbigliamento, le doti culinarie, l’aspetto fisico e personale, permettendosi anche, grazie all’intervento di Karamo, di intraprendere attività extra (soprattutto ludiche) in grado di aiutare il proprio io a emergere.

Nel mentre, il povero Bobby si fa in quattro per cambiare la dimora. Povero bimbo, gli altri in giro a divertirsi, lui a sgobbare e a sudare in mezzo a mobili e vernici. I feel you, Bro.

Durante queste sessioni di makeover, abbiamo l’opportunità di conoscere meglio il protagonista dell’episodio, ma non solo. Se uno dei Fab ha una storia molto vicina all’assistito, non si vergogna a raccontare dei propri aneddoti non proprio piacevoli, tra traumi e infanzie rovinate. Ecco una delle parti che preferisco di questo show: i Fab 5 non hanno mai paura di mettersi in discussione. Conoscendo meglio i loro clienti, hanno l’opportunità per rivalutare, riflettere e apprezzare. Inoltre, riescono a mettersi a nudo, rivelando le proprie fragilità, chi più chi meno. Così facendo, è possibile instaurare un rapporto molto più stretto tra i Fab e il pubblico. Non sono i tipici giudici/esperti che si vedono nei soliti reality, tutti dalla storia apparentemente perfetta e con un muro che li divide dai miseri, poveri mortali. Sono umani, come noi. Hanno pregi, difetti e complessità, proprio come noi. Chissà quante persone sono già riuscite a riconoscersi in Antoni, Jonathan, Bobby, Karamo o Tan.

Terminate le giornate di makeover, non resta che mostrare all’assistito il frutto delle fatiche di Bobby, imparare una nuova ricetta con Antoni, fare il punto della situazione e salutarsi. L’episodio di conclude con i Fab che guardano dal loro loft i loro protetti che riescono finalmente a farsi valere. Tutto è bene quel che finisce bene e i ragazzi si portano la pagnotta a casa perché sono riusciti nella loro impresa. Prima dei titoli di coda, però, ci viene regalato un breve extra in cui uno degli esperti ci dà un consiglio aggiuntivo.

Nonostante lo schema uguale in ogni puntata, non ci si annoia mai perché i soggetti sono veramente diversi tra loro. La varietà di storie, personalità, stili di vita e trascorsi personali è molto ampia.

Il clima del programma è prevalentemente allegro, grazie ai 5 spumeggianti e stravaganti ragazzi, ma non mancano affatto i momenti più intensi, soprattutto nelle parti finali, quando gli assistiti combattono una volta per tutte i loro fantasmi e le loro insicurezze. Alcune storie, anche se semplici, spezzano davvero il cuore e la maniera abbastanza realistica con cui vengono rappresentate nello show permette al pubblico di commuoversi. Sinceramente, mi sono trovato a finire molti episodi con i lacrimoni. Se poi, notavo che anche i Fab erano sul punto di aprire i rubinetti, apriti cielo, mi sentivo peggio. Voglio pensare che i ragazzi si siano sempre commossi in maniera spontanea, non per il “bene” dello show. Per fortuna, poi, c’è Jonathan con i suoi capelli swish. Riesce sempre a donare una risata, anche quando l’atmosfera è davvero forte.

Un altro elemento meraviglioso sono i messaggi che “Queer Eye” vuole trasmettere: ovviamente amore e tolleranza verso ogni essere umano, a prescindere da età, sesso, colore della pelle, orientamento sessuale, passioni e numero di volte al giorno in cui va al bagno. Ma non solo. I Fab 5, attraverso questi makeover, vogliono che ogni telespettatore impari a rispettarsi un po’ di più, a guardarsi allo specchio con più autostima, più positività e voglia di spaccare il mondo. Chiunque può essere figo, ma non nel senso di “in”, ma “interessante, bello dentro e fuori”. Dobbiamo solo capirlo.

Dobbiamo amarci di più.


Queste prime due stagione sono ambientate in Atlanta e in alcune città della Georgia. Vedere molti episodi ambientate nelle zone di campagna mi ha trasmesso molta freschezza. Almeno non dobbiamo sempre vedere grattacieli, smog e traffico. Niente, però, riesce a essere più gorgeous dei capelli di Jonathan.

Scherzo. Le zone di campagna sono più belle da vedere.

La sigla “All Things (Just Keep Getting Better)” rappresenta alla perfezione lo stile del programma: moderno, chic, energico e gay. Peccato che molto spesso venga messa in forma ridotta. Vedere i Fab 5 che cercano di fare i fighi ballando è uno spasso.


“Queer Eye” è un programma che ogni persona sulla faccia della Terra deve vedere, anche solo un episodio. Chi non dovesse apprezzarlo, riuscirà comunque a imparare qualcosa, chi dovesse innamorarsene (tipo me e chi mi ha consigliato questa serie) non ne uscirà più.

Ormai, se voglio comprarmi qualcosa di nuovo, mi chiedo se si abbini a quello che ho nell’armadio. Poi però me ne frego e vado in giro vestendomi in maniera confortevole. Cacchio, qui a Sendai il tempo cambia ogni ora, non voglio ribeccarmi la bronchite solo per mostrare all’università che so vestirmi in modo decente.

Antoni mi ha fatto venire voglia di imparare seriamente a cucinare. Se non avessi lezioni su lezioni, probabilmente sarei chiuso in camera a fare la larva sul letto, leggendo un ebook di ricette.

Karamo mi ha solo confermato che la psicologia è davvero una scienza affascinante. Se non avessi scelto lingue orientali e non mi fossi appassionato alla recitazione, avrei molto probabilmente scelto psicologia all’università.

Bobby mi fa venire la tentazione di darmi al fai da te e cambiare l’arredamento della mia stanza al dormitorio. Peccato che farlo è proibito, secondo le regole del campus.

Jonathan, invece, sta spingendo la mia parte più curata a cercare prodotti a buon prezzo per migliorare la mia pelle e i miei capelli. Sapessi leggere ogni singolo prodotto giapponese…un minimo errore e finirei per comprare veleno per topi al posto di una lozione per capelli.

Maledetti Fab 5. Vi adoro troppo. Grazie di tutti i bei messaggi che cercate di trasmettere. Sono sicuro che mi divertirò moltissimo anche con le prossime due stagioni e lo speciale ambientato in Giappone.

Cosa mi sta piacendo della serie:

  • Un gruppo di esperti che funziona benissimo sia insieme che come singoli.
  • Protagonisti peculiari.
  • Intrattenimento e riflessione allo stesso tempo.
  • I capelli di Jonathan.

Cosa non mi sta piacendo:

  • Nulla. Al momento adoro tutto.

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RedNerd Andrea

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