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E così, siamo arrivati alle battute finali.

Tra pochi giorni, lascerò Sendai e tornerò a Roma, per finire il mio percorso di studi e, magari, cercare lavoro durante/dopo la tesi di laurea.

Il tempo, nonostante tutto quello che è successo, è volato.

Sembra ieri che fosse settembre, quando entrai nel mio dormitorio, con la bronchite.

Ora sono pronto a salutare la mia stanza, i miei (discutibili) coinquilini e fare qualche viaggetto finale, così da non tornare a casa con troppi rimpianti.

Mi mancherà il Giappone? Sì e no. Ma preferisco parlare di altro, sennò mi servirebbe lo spazio di un libro intero.


Già nell’ultima settimana del semestre (tecnicamente, le lezioni sono già finite dalla settimana scorsa), ho deciso, in mezzo a mille impegni burocratici e non, di fare qualche brevissimo viaggetto, sia per rimettere in funzione le mie (discutibili) abilità da camminatore sia per spuntare finalmente un paio di posti che avrei dovuto visitare già l’anno scorso.

Il primo è stato lo Yamadera, un complesso di templi immerso nella natura; il secondo è stato Matsushima, una città sulla costa.


Andare allo Yamadera è stato un’odissea. Cercavo di andarci da almeno un mese, quando le giornate avevano finalmente cominciato a essere belle.

Poi però tornava la pioggia a tradimento.

E ditelo che non ci devo andare.

Una volta, invece, ho calcolato male i tempi io e sono uscito di casa tardi. Non sarei riuscito ad arrivare nemmeno per la visita finale dei templi.

E ditelo che sono proprio scemo.

Io, però, mi sono impuntato, e alla prima occasione (un lunedì caldissimo), sono uscito (abbastanza presto), ho preso il treno e sono arrivato allo Yamadera.

Meglio tardi che mai.

Ad accogliermi, vi era un sole che spaccava le pietre. Penso che sia stato il primo giorno in assoluto, qui a Sendai, in cui ho avuto a che fare con un caldo bestiale e un sole accecante.

Caldo bastardo, quanto mi eri mancato.

Rispetto a Sendai, la zona dove si trova il complesso di templi è molto semplice, si vede proprio che è una zona di campagna/montagna. Bellissimo. Non mi è sembrato nemmeno di vedere un singolo konbini.

Dopo un breve tratto, in cui ho intravisto un sacco di botteghe gastronomiche, arrivo allo Yamadera.

La bellezza della natura.

Questo posto contiene numerosi templi, ognuno dei quali ha i suoi portafortuna e i suoi stampi commemorativi della visita, i goshuin. Ovviamente, non me li sono fatti sfuggire, evitando però di prenderli tutti: costano 300 yen ciascuno, mi sarebbero partiti almeno 2000 yen in totale. Meglio tenere i soldi per altro.

Dopo aver aiutato delle turiste non giapponesi a scegliere un libro per gli stampi (il mio l’ho preso a Osaka e ha una copertina stupenda), mi sono incamminato per andare a vedere i templi situati in cima alla montagna.

Lì, il caldo si è fatto sentire in tutta la sua cattiveria.

Per fortuna, i boschi hanno coperto i raggi del sole, ma l’umidità e il caldo erano comunque presenti in maniera aggressiva.

Ho sudato come non mai. Avevo anche la mascherina addosso per tutto il tempo.

Avrei voluto levarla, in modo da non boccheggiare per tutto il tempo, visto che c’erano una marea di scale, ma nonostante fosse lunedì, ci stava parecchia gente…tra l’altro, molti erano con la mascherina perennemente calata.

Ho preferito farmi del male ma anche proteggermi, togliendomi la mascherina solo per bere.

A ogni rampa di scale completata, avrei esultato e dire “Sì, sono in cima!”, ma ne sbucavano il doppio. Per un momento, pensai che non ci fosse fine al percorso per la cima.

Ero tentato di fermarmi e tornare indietro perché ero veramente stanco e dovevo tornare presto per fare le prime spese di souvenir, ma non mi sono arreso e ho continuato fino alla fine.

Non me sono pentito per niente. Bella vista, templi interessanti, senso di soddisfazione.

Sì, nonostante i mesi di inattività causa Covid, riesco ancora a farmi le scarpinate senza troppe difficoltà.

E senza perdere gli occhiali…perché sullo Yamadera, ci sono le scimmie.

Ovunque è possibile leggere cartelli che chiedono ai turisti di non avvicinarsi alle scimmie, né dare loro da mangiare, né fare loto le foto, soprattutto con il flash. Diventano aggressive.

Io non mi sarei comunque avvicinato, visto che sono propense a rubare gli occhiali. Visto che senza i miei, non vedo un accidente, non ci tengo a rimanere cecato per il resto del viaggio.

Alla fine, non ne vidi nemmeno una. Mi è dispiaciuto, ma almeno i miei occhiali sono rimasti illesi.


Tornato a valle, mi accorsi di essere veramente sudato. Facevo schifo.

La cosa peggiore è che avevo dimenticato l’asciugamano a casa. Rimediai prendendone uno piccolo in un punto ristoro all’interno del complesso.

Almeno avrei evitato di andare incontro all’aria condizionata killer, completamente sudato.

Già ho dato un anno fa. Non ci tengo a fare il bis.


Si è fatta ora di pranzo.

Visto il caldo, entrai senza pensarci due volte in un negozio che faceva il kakikori, la granita giapponese.

Come da tradizione, l’ho presa alla fragola.

Aspettavo questo momento da mesi.

Completai il pasto prendendo in una bottega un paio di senbei (cracker di riso) e un sostanzioso dorayaki, dolcetto con all’interno la crema di fagioli dolci. Lo conoscete tutti di sicuro, è il cibo preferito di Doraemon.


Ero così stanco, anche più di quanto mi aspettassi, che mi addormentai svariate volte durante l’ora di viaggio verso Sendai.

Fui svegliato definitivamente a due fermate dalla stazione da uno starnuto.

Un ragazzetto giapponese, seduto davanti a me, aveva starnutito. Con la mascherina abbassata.

Per fortuna il suo volto (apparentemente) era voltato dalla parte opposta a dove mi trovavo io. Stesso discorso per la mia faccia CON LA MASCHERINA ADDOSSO.

La tentazione di menarlo e insultarlo, però, era forte.


Tornato a Sendai, mi precipitai a comprare souvenir per gli amici, imbattendomi in tantissima gente ovunque.

Mi resi conto che eravamo in piena settimana di festa.

Che bello essere misantropi.

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