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Avviso: nel seguente papiro verrà usato un linguaggio più colorito del solito.

Negli USA stanno succedendo delle cose molto importanti: molte persone, di diversa etnia, sono scese nelle strade per protestare contro il razzismo e l’abuso di potere da parte della polizia.

I dati parlano chiaro: le persone di colore, negli USA, rischiano più frequentemente la vita, quando si imbattono nella polizia. Sia quando commettono effettivamente un crimine sia quando sono assolutamente innocenti, esse subiscono violenza estrema già a partire dal momento dell’arresto. Questo porta, molto frequentemente, alla loro morte prematura.

George Floyd, Breonna Taylor, Ahmaud Arbery e David McAtee sono solo le ultime vittime di queste ingiustizie: persone che non avevano fatto assolutamente niente, eppure la polizia non ci ha pensato due volte a sparare svariate volte su di loro, arrivando persino, in alcuni casi, a irrompere illegalmente nelle loro case. Floyd, invece, è stato soffocato a causa di un poliziotto che gli ha tenuto il ginocchio contro la gola per circa 9 minuti, nonostante l’uomo gli chiedesse di smetterla, in quanto non riusciva a respirare.

Come può la gente vivere in questo modo? Perché meritano questo trattamento barbaro? Si tratta solo del fatto che la loro pelle è più scura dell’americano medio?

Allora, permettetemi di dire che l’umanità fa schifo. Le vittime di questo sistema marcio meritano di avere giustizia, anche se bisogna arrivare a protestare in maniera poco pacifica.

Io, però, non sono la persona adatta per parlare nel dettaglio di queste cose.

Uno, non ho una conoscenza perfetta della legislatura e della politica americana, anche se so benissimo come tutto questo sia assolutamente sbagliato.

Due, sono un uomo bianco. Non ho mai vissuto nessuna esperienza di razzismo sulla mia pelle, ma le ho viste su altre persone, a scuola, e non ho avuto il coraggio e il cervello di dirne quattro ai deficienti che maltrattavano le mie compagne. Sì, quasi sempre si è trattato di ragazze, mentre i carnefici erano ragazzi. Che schifo. Vorrei poter tornare indietro nel tempo e dare a quei bulletti di merda una lezione indimenticabile, ma non si può.

Ho persino letto su internet che c’è chi reputa “razzismo” la presa in giro ai rossi di capelli.

Webbeti dei miei stivali, io sono rosso di capelli e quella roba lì non è razzismo. Certamente è bullismo, ma essere maltrattati per un colore di capelli diverso dalla norma è decisamente diverso dal venire bullizzati, discriminati e uccisi per avere la pelle scura.

Ecco perché non mi sento in grado di poter parlare nel dettaglio di tutto questo.

Ciò che posso fare bene è informarmi. Imparare. Migliorare.

Seguo molto ciò che sta succedendo negli USA tramite Instagram (celebrità molto attive sono numerose e non hanno paura di condividere anche video violenti) e Twitter, firmo petizioni affidabili, ma soprattutto inizio a fare quello che avrei già dovuto fare da molto tempo: vedere film/serie tv e leggere libri dedicati al tema del razzismo, soprattutto quello americano.

Purtroppo, essendo in Giappone, non ho accesso facile a ogni risorsa, ma grazie al cielo esiste Netflix.

Ho già visto un vero e proprio gioiello: “When They See Us”, una miniserie televisiva basata su una storia (tristemente) vera.

Mi ha fatto male. Molto male.

E va bene così.


“When They See Us” è una serie televisiva creata, scritta e diretta da Ava DuVernay, uscita l’anno scorso come prodotto originale Netflix. La serie si basa su un fatto realmente accaduto nel 1989: il Caso della jogger di Central Park, ovvero l’aggressione e stupro subiti da una donna a Central Park, New York.


I protagonisti di questa tragedia sono cinque ragazzini di colore, che vedremo sia nel 1989 che anni dopo, quando vengono rilasciati dal carcere: Kevin Richardson (Asante Blackk da giovane, Justin Cunningham da adulto), Antron McCray (Caleel Harris da giovane, Jovan Adepo da grande), Yusef Salaam (Ethan Herisse da giovane, Chris Chalk da adulto), Korey Wise (Jharrel Jerome) e Raymond Santana (Marquis Rodríguez da giovane, Freddy Miyares da adulto).

Altri personaggi importanti per la storia sono i famigliari dei ragazzi, come i genitori di Antron (Marsha Stephanie Blake e Michael K. Williams), la sorella di Kevin (Kylie Bunbury), il padre di Raymond (John Leguizamo), le madri di Yusef e Korey (Aunjanue Ellis e Niecy Nash); Linda Fairstein (Felicity Huffman), procuratore capo della Sex Crimes Unit e fautrice dell’arresto dei cinque ragazzi; il procuratore Elizabeth Lederer (Vera Farmiga) e Michael Joseph (Joshua Jackson), uno degli avvocati difensori dei ragazzi.

Prima di tutto, un plauso per la recitazione di tutti gli attori coinvolti, sia giovani che adulti. Sono stati tutti mostruosi e coinvolgenti, soprattutto nei momenti di maggiore drammaticità. Nessuna nota stonata o esagerata, tutti danno uno spessore umano e realistico ai proprio personaggi, anche nel caso di elementi patetici come la Fairstein.

I cinque ragazzi sono un pugno allo stomaco. Vedere cinque giovani tranquilli, per bene, venire prima arrestati solo perché erano in giro a fare ragazzate in un parco, poi violentati a livello psicologico per estorcere, dalle loro bocche terrorizzate, le confessioni di un crimine che non hanno mai commesso e poi condannati senza dar loro tempo e modo di spiegare perché hanno “confessato” è stato veramente doloroso.

Avevano solo tra i 14 e 16 anni. Perché trattarli così, senza nemmeno avere una minima base su cui accusarli? Vedere uomini adulti terrorizzare, picchiare e minacciare ragazzini che potevano essere loro figli mi ha disturbato molto, soprattutto perché è sicuro che sia andata così pure nella realtà (i personaggi sono reali, nessuna modifica fittizia).

Ovviamente, la loro vita non migliora affatto, quando tornano alla civiltà dopo alcuni anni passati al riformatorio (o carcere, nel caso di Korey, unico maggiorenne del gruppo). Ognuno di loro subisce vessazioni ovunque, anche all’interno della famiglia (se quella feccia umana della nuova moglie del padre di Raymond può essere considerata “famiglia”). Tutti li reputano colpevoli, stupratori, mostri. Ovviamente, non sanno la verità e non credo che la vogliano sapere perché a loro fa comodo così.

Più vedevo questi comportamenti, più provavo orrore e disgusto nei confronti del genere umano. Non vedevo persone, vedevo bestie, animali assetati del sangue di quelle povere 5 vittime, le vere vittime di quel caso.

La storia di Korey, l’unico a essere mandato in un carcere vero e proprio, è stata la più tosta, soprattutto perché il motivo per cui è stato arrestato e condannato è il seguente: aveva semplicemente accompagnato Yusef alla centrale. Perché un gesto da vero amico deve essere “ripagato” così? La sua storia strugge anche per i suoi trascorsi personali (madre povera e arrabbiata col mondo, fratello che voleva diventare una donna). Chiunque si lamenti della propria vita senza motivo, dovrebbe guardare fuori dal proprio orticello (i cinque ragazzi sono solo uno dei tanti esempi), così da capire di essere fortunato.

I famigliari dei ragazzi ci danno una visione più generale della vita dei cinque, visto che ognuno di loro proviene da una diversa estrazione sociale o educazione. Vederli combattere fino alla fine per l’innocenza dei loro figli è stato un bellissimo momento di vero amore. Il padre di Antron è un caso a parte, ma purtroppo il karma lo colpisce malissimo ed è impossibile odiarlo per davvero.

Passiamo ai veri cattivi della storia, anzi LA cattiva della storia: Linda Fairstein. Personaggio squallido e poco professionale. Mi dispiace per Felicity Huffman, lei non c’entra niente, ma il procuratore era così squallido che avrei voluto sputarle in faccia a ogni occasione. Come può una persona del genere occupare una carica così importante, all’interno del sistema giudiziario?

Questa donna non solo è saltata sulla giugulare dei cinque ragazzi senza un motivo logico, ma ha fatto di tutto per affossarli, convinta che fossero gli unici colpevoli possibili. Nemmeno dopo anni, si è fatta un’esame di coscienza. Che schifo.

Non che i detective incaricati del caso fossero migliori. Lei era la mente, loro il corpo. Lei ha rovinato loro la vita, i detective li hanno rovinati a livello psicologico. Anche quelle bestie con il distintivo non hanno osato farsi un esame di coscienza, negli anni a venire.

Mi sono davvero cascate le braccia. Quei poveretti sono stati incriminati solo per il loro colore della pelle. Le forze dell’ordine fremevano per dare la colpa del crimine (efferato e orribile) a qualcuno e avevano trovato le vittime perfette. Certo, perché cinque ragazzini abbastanza inermi sarebbero stati seriamente capaci di ridurre in quello stato una povera donna? Ok che il branco può fare cose oltre l’aspettativa umana, ma pensarlo in quel caso era alquanto illogico. Eppure sono riusciti nel loro intento.

Se questo è il sistema che dovrebbe provvedere alla sicurezza di ogni singolo individuo, siamo alla frutta.

Se questi dovrebbero essere i nostri protettori, allora siamo fregati.

Se fossi americano, non mi sentirei rappresentato da nessuno di loro.

A rincarare la dose di squallore ci sono i cameo reali di un Donald Trump degli anni ’80, quando non era ancora presidente ma già aveva una bocca larga e schifosa, visto che voleva a tutti i costi dare ai ragazzi la pena di morte.

Povera America, guidata da un maiale come lui.


Come potete immaginare, la storia è veramente un pugno nello stomaco.

Tutto inizia con una breve introduzione dei cinque protagonisti, poi si passa alla notte del fattaccio.

Il giorno dopo, la polizia indaga sullo stupro e scopre che proprio nello stesso periodo di tempo, un gruppo folto di ragazzi di colore erano in giro a “fare i vandali”.

Magia! I colpevoli sono stati trovati.

Non si sa per quale oscuro motivo, ma come loro vittime perfette, vengono scelti Kevin, Antron, Raymon, Yusef e Korey. I ragazzi ribadiscono la loro innocenza, ma subiscono violenza psicologica, accompagnata da minacce e botte. I ragazzi, quindi, vengono costretti a confessare il falso. Il vero crimine viene proprio commesso dalle forze dell’ordine.

In seguito, c’è il processo. Nonostante venga palesemente provato che i ragazzi sono innocenti e la polizia non ha svolto correttamente il proprio lavoro, i poveri cinque vengono condannati e mandati nel riformatorio, tranne Korey, che viene spedito in una prigione per adulti, essendo l’unico maggiorenne.

Ora, continuo a chiedermi una cosa da anni: perché la maggiore età, negli USA, è 16 anni? Perché i ragazzi possono essere condannati allo stesso modo degli adulti, così presto? Perché possono già ottenere una macchina vera e propria? 16 anni è ancora un’età di transizione, per me. Non si è ancora completamente capaci di intendere e di volere. Non che a 18 anni diventiamo tutti geni, per carità…ma è troppo presto.

Torniamo alla storia: i cinque protagonisti, dopo molto tempo, vengono rilasciati e sono costretti ad affrontare nuove difficoltà, visto che la loro condanna li ha marchiati per sempre.

Tuttavia, ci viene mostrata solo la vita in carcere di Korey, mentre gli altri 4 li rivediamo direttamente anni dopo, al loro rilascio. Avrei seguito volentieri anche i loro momenti al riformatorio, anche se immagino siano stati tremendi.

Alla fine, viene finalmente rivelata la verità, grazie alla confessione del vero colpevole e al lavoro di procuratori veramente competenti (altro che la bastarda malata Fairstein). I ragazzi vengono prosciolti e la fedina penale ripulita. Peccato che sono stati ormai segnati a vita. Troppo comodo, così.

Il pregio maggiore di questa serie consiste nella sua brutale onestà: tutto viene raccontato con semplicità, senza troppi fronzoli. Ciò permette alla storia di colpire lo spettatore con tutta la potenza possibile. Le scene al commissariato, il processo, gli anni di Korey in carcere: tutto viene narrato così bene che è impossibile non restare impassibile. Sono restato, dal primo all’ultimo secondo, con il magone e per molti istanti avrei voluto piangere, urlare di rabbia e abbracciare i cinque ragazzi e le loro famiglie.

Se anche solo una scena fosse stata raccontata con troppa enfasi, la “magia” del realismo sarebbe stata spezzata e il messaggio avrebbe perso potenza.

Nonostante il lieto fine, ho veramente provato un’immensa rabbia per il sistema sbagliato degli USA, per il marcio delle persone, per tutto.


Sceneggiatura coinvolgente, personaggi interpretati in maniera magistrale e storia non lineare, ma perfettamente comprensibile. Sono 4 episodi lunghi, ciascuno lungo più di un’ora, quindi sono una bella esperienza visiva, ma ogni minuto vale al massimo.


Anche il taglio registico è davvero interessante: riesce a rendere la storia ancora più cruda, semplice, anche nel caso di scene più astratte e oniriche. Ogni ambientazione ha una storia e riesce a essere, per ovvi motivi, sgradevole alla vista. Anche le case dei personaggi hanno molto da dire sul loro background personale.

Colonna sonora super coinvolgente, grazie a musiche d’epoca, maggiormente appartenenti al genere rap/hip hop.

Ho voluto vedere la serie in lingua originale, soprattutto per ascoltare al meglio il parlato dei personaggi. Non so perché, ma trovo gli influssi parlati da buona parte delle persone di colore davvero musicali e potenti. Infatti, ogni ragazzo parla in maniera diversa, soprattutto Korey. È anche possibile ascoltare dei dialoghi in spagnolo, tra Raymond e il padre. Insomma, c’è della grande varietà linguistica.


“When They See Us” è una serie che va vista. Non solo perché è davvero un bel prodotto (sono felice di aver definitivamente scoperto Ava DuVernay, donna e professionista con un carattere che serve davvero tanto, sia nella società che nell’industria cinematografica…inoltre la serie ha ricevuto molte nomination, soprattutto ai Premi Emmy), ma perché insegna, grazie alla sua potenza narrativa e visiva. Ovviamente, non è una storia bella da vedere, si soffre molto, ma è un prezzo da pagare per migliorare e essere in grado di capire come una parte di popolazione stia soffrendo da tanti decenni, in uno stato completamente sbagliato come gli USA.

So di essere una persona cattiva, ma ho gioito nel leggere che questa serie ha causato delle ripercussioni piuttosto pesanti sulla vera Linda Fairstein: alcuni premi le sono stati rinnegati e il suo editore (la “signora” si è reinventata come scrittrice) l’ha accannata male, subito dopo il rilascio della serie tv. La “signora” ha rosicato e ora cerca di portare la DuVernay e Netflix in tribunale, con l’accusa di diffamazione.

Linda, brutta stronza, la verità fa male, vero? Proprio la verità che tu hai rifiutato di trovare, rovinando invece la vita a cinque giovani innocenti. Ben ti sta. Ora tutti sanno chi sei per davvero.


Scusate il papiro, ma questi sono i momenti in cui bisogna usare la propria voce, anche sbagliando.

Informatevi.

Ascoltate, leggete.

Imparate.

Firmate petizioni, non costa nulla. Se poi volete, donate, basta che siano siti affidabili.

Questo non è un problema solo degli USA. Tutto il mondo deve sconfiggere la piaga del razzismo e dell’ingiustizia.

Io continuerò ad approfondire.

RedNerd Andrea

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