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Di solito, festeggio il capodanno nella stessa maniera: mi vedo con gli amici, ceniamo e scherziamo insieme fino alla mezzanotte, poi guardiamo i fuochi d’artificio, ricominciamo a scherzare e restiamo svegli fino a super tardi.

Quest’anno, essendo in Giappone, ho deciso di fare delle eccezioni.

Il 31 sono andato in giro per Kawagoe, una specie di Edo (la capitale giapponese antica) in miniatura, poi ho cenato con degli amici della mia università di Roma, poi abbiamo raggiunto altri amici per festeggiare la mezzanotte.

La vera particolarità di questo ultimo dell’anno targato 2019 è stato il trovarsi, a mezzanotte del primo gennaio, ancora sulla metro.

Decisamente un countdown originale, molto alternativo.

Siamo comunque riusciti a riunirci con gli amici e abbiamo fatto non nottata, ma mattinata. Siamo tornati a casa alle 7. Praticamente potevamo già fare colazione, ma abbiamo preferito evitare, visto che un paio di ore prima avevamo fatto uno “spuntino” al Burger King.

Quando sarebbe mai ricapitato di festeggiare il capodanno a Shibuya?


Il primo gennaio di questo 2020 (fa davvero strano aver cambiato decennio) è stato trascorso sempre in maniera molto alternativa, ma con più calma.

Innanzitutto, ci siamo svegliati alle 12.30.

Non penso di essermi mai svegliato così tardi in questi ultimi anni, mi ricordo che il massimo è stato quando mi sono svegliato alle 11, il 26 dicembre.

Beh, abbastanza normale, vista l’ora in cui ci siamo coricati.

Nonostante fosse già passata metà giornata, però, non eravamo affatto intenzionati a restare a casa, quindi abbiamo risentito i nostri amici del giorno prima e ci siamo organizzati per andare insieme al Meiji Jingu, il santuario più importante di Tokyo, e fare lo hatsumode (prima visita al tempio/santuario dell’anno).

Anche questo, quando sarebbe ricapitato in futuro, per noi stranieri?

Ero veramente interessato, nonostante avessi già visitato il Meiji Jingu per due volte.

E così, anche se ancora un po’ stanchi, ci siamo alzati e siamo corsi ad Harajuku.

Appena arrivati, ci siamo resi conto di non aver pranzato (la colazione fatta un’ora prima, secondo il mio stomaco soprannominato “Buco Nero”, non contava), ma per fortuna c’erano un paio di bancarelle subito fuori dalla stazione della metropolitana.

Una di queste vendeva degli stick di patata dolce (in giapponese “Satsuma imo”) a un prezzo abbastanza abbordabile, visto che erano fatti a mano e scaldati.

Il pranzo era stato trovato. Oddio, più che pranzo, uno snack salato, visto che erano quattro grossi stick, ma mi hanno soddisfatto per qualche ora. Erano veramente buoni. Tra l’altro, la patata dolce fa molto bene alla salute.

E così, sgranocchiando, ci siamo diretti al Meiji Jingu, preparati mentalmente a qualsiasi tipo di ressa possibile da trovare, visto che lo hatsumode è un evento molto praticato in Giappone, sia dai giapponesi abituali che dagli stranieri come noi, curiosi di vivere in persona una pratica tradizionale e culturale.

In effetti, la fila c’era ed era tanta.

In pochi minuti, anche dietro di noi si era radunata tantissima gente.

Ho cominciato subito ad avere ansia. Per esperienza personale, ogni evento pieno di gente, in Italia, si era rivelato un incubo traumatico, sia per maleducazione della gente partecipante che per l’incompetenza dello staff nel gestire il tutto.

Mi ero, però, dimenticato di una cosa. Ero in Giappone. Ergo, tutto era calcolato nei minimi dettagli.

E infatti, ogni 5-massimo 10 minuti si avanzava un sacco, senza problemi. Nessuno che imprecava (avrei sentito parolacce in inglese o in italiano, anche perché ho incontrato quasi un centinaio di italiani in questi pochi giorni a Tokyo) e che si lamentava. Sembrava che tutti fossero preparati o abituati a una calca del genere. Sotto questo punto di vista, invidio il Giappone.

Poi, però, mi è venuto da ridere perché più avanzavamo, più era visibile alla fine del percorso un televisore in cui venivano trasmesse, senza interruzione, delle pubblicità, alcune più normali, altre più demenziali.

Molto probabilmente, volevano intrattenere al meglio i visitatori, durante la lunga attesa.

Che carini.


Avanzando a ritmo adorabilmente veloce, cominciammo a vedere il torii, ovvero il portale di ingresso, in tutta la sua bellezza e maestosità.

Il traguardo si faceva sempre più vicino.

Poi accadde una cosa normale, ma per noi italiani un sacco sorprendente.

A pochi passi dal torii, ogni tot di persone (per esempio una decina di file) veniva separata dalla folla restante da una manciata di poliziotti in fila, che ci avrebbe poi guidato in sicurezza, senza creare ammassi pericolosi.

Abituato a folle gestite con noncuranza, ho apprezzato davvero tanto l’intervento dei poliziotti. Anche questa fase avanzata dell’evento era stata calcolata e organizzata nei minimi dettagli. Mi sentivo ancora più al sicuro.

Il cartello che vedete nella foto sopra era usato dai poliziotti del mio gruppo per fermarci al momento opportuno.

Devo essere sincero: non ho ancora capito perché per ogni singola cosa, utilizzino delle mascotte adorabili. Certo, si rende tutto il più kawaii e piacevole, ma perché? Sarei curioso di scendere dei dettagli di queste usanze pop culturali, un giorno.


Finalmente, viene varcato anche il cancello.

Eravamo arrivati al Meiji Jingu che era ancora giorno e, arrivati al luogo della preghiera rituale, si era già fatta notte.

Ancora non riesco a capacitarmi di quanto si faccia rapidamente buio, in inverno.

Eppure non erano passate nemmeno due ore.

Comunque, arrivati finalmente all’edificio principale del santuario, i poliziotti hanno rotto le righe e ci hanno chiesto di smistarci a destra o a sinistra del luogo di preghiera.

La fila era ufficialmente terminata. Ora si doveva fare solo la preghiera.

Ecco come funziona: si lancia una monetina (molto spesso di 5 yen, ma ho persino visto delle banconote), poi si fa una preghiera per l’anno appena iniziato e anche dei ringraziamenti per quello che è avvenuto nel 2019, ovviamente in silenzio e senza rivelare il contenuto della preghiera.

Mi ha divertito molto osservare alcune persone lanciare la moneta da lontano: avrebbero potuto colpire qualcuno in testa, ma sti cavoli. Per fortuna le monetine non sono fatte di piombo.

Da bravo ragazzo che tiene alla sicurezza di tutti, ho lanciato la moneta quando ero in seconda-terza fila rispetto all’edificio principale. Ho persino fatto un bel lancio, me lo dico da solo.


Terminata la preghiera, è giunto il momento di tornare alla stazione di Harajuku, ma prima bisognava fare un salto agli stand in cui venivano venduti amuleti e oracoli.

Per la prima volta, sin da quando ho fatto il viaggio a Kyoto nell’estate del 2018, ho deciso di prendere un portafortuna per me stesso. Ogni tanto, bisogna farsi del bene, non trovate?

Poi, insieme agli altri amici, ho preso un oracolo sotto forma di poesia scritta da un passato Imperatore e della sua consorte. La poesia che mi è capitata era molto bella, addirittura in linea con il comportamento che desidero attuare con le persone, nella vita.

Il foglio, tra l’altro, è di qualità davvero graziosa, quindi cercherò in tutti i modi di conservarlo integro.

Quando abbiamo lasciato definitivamente il Meiji Jingu, si era fatto completamente buio. Che bel panorama.


Il grosso della giornata era stato completato.

Abbiamo passato le ore successive a rilassarci, cominciando a passeggiare per le strade di Harajuku, incontrando amici a sorpresa e mangiando squisite crepes.

Tornati poi nelle strade principali, abbiamo deciso di visitare uno dei tantissimi centri commerciali della città, il Tokyu Plaza.

Già l’entrata spicca, visto che i muri intorno alle scale sono fatti di specchi. Si crea un’illusione ottica davvero interessante, ma impossibile da catturare al meglio in una foto.

All’ultimo piano, accompagnata da un immancabile Starbucks, vi è una terrazza davvero bella. Più che una terrazza, sembra uno di quei bellissimi giardini privati in cui avvengono le feste più in della città.

Ovviamente, doveva esserci qualcosa che stonasse con l’ambiente. Su un tavolo c’erano due bevande e due dolci, tutto abbandonato dai loro consumatori senza essere terminato. A quanto pare, in tutto il mondo si sta diffondendo la moda del comprare cose chic, fare la foto per ottenere views su Instagram, per poi non mangiare tutto.

Tutto ciò mi lascia basito. Uno, si sprecano soldi inutilmente, visto che Starbucks non è esattamente il bar più economico sulla piazza. Due, si spreca il cibo. Vedere bevande e dolci nutrienti abbandonati così mi ha fatto veramente tristezza. Perché il mondo sta cadendo sempre di più nel degrado culturale?

Comunque, l’ingresso e la terrazza del Tokyu Plaza si sono rivelati molto più interessanti dei negozi (ovviamente, poco economici).


Dopo esserci riuniti con altri ragazzi, abbiamo intrapreso un’odissea per cercare un posto in cui cenare. In Giappone, infatti, c’è un’usanza particolare, nei primi giorni dell’anno nuovo: più del 70% dei ristoranti chiudono prima delle 20. O ti sbrighi a mangiare presto, oppure fai la spesa e mangi a casa. Dopo tre tentativi, siamo riusciti a trovare un ristorante di sushi ottimo ed economico aperto fino a dopo le 21. Tutto è bene quel che finisce bene.

Soddisfatti della cena (se il sushi è fatto bene, è impossibile non esserlo), ogni gruppo è tornato alla propria dimora.


Festeggiare l’anno nuovo in Giappone è stata un’esperienza completamente nuova: ho avuto a che fare con usanze culturali così diverse dalle mie. Sono davvero contento di aver avuto questa possibilità.

Tuttavia, sentivo che mancava qualcosa. Una sensazione che è diventata ancora più forte, in questi giorni successivi al primo gennaio.

Mancavano la mia famiglia e i miei amici.

Non vedo l’ora di tornare, anche solo per un paio di settimane, a casa, durante le vacanze di fine semestre.

RedNerd Andrea

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