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Io continuo a pensare di essere tremendamente masochista.

Ci sono tanti giochi da comprare sull’eshop, a prezzo intero o scontati. La scelta è così vasta.

Eppure, ogni tanto, mi butto subito su port di titoli già giocati in passato. Troppo affezionato ai ricordi di infanzia? Chi lo sa.

Sapevo che la mia psiche ne avrebbe risentito parecchio, se avessi rigiocato a “To the Moon”, probabilmente uno dei giochi più struggenti mai giocati negli ultimi anni.

Ci giocai due-tre anni fa, su PC e restai per un’intera settimana giù di morale, dopo aver pianto come un vitello nel finale.

Credo di aver pure giurato che non ci avrei mai più rigiocato, a meno che non fossi cresciuto a livello emotivo.

Ebbene, credo di aver bruciato le tappe, perché quando l’ho scoperto su Switch, non ci ho pensato due volte e l’ho acquistato, approfittando di una piccola offerta.

Morale della favola: è tutto il giorno che sono triste.

Perché. Ci. Ho. Rigiocato.


“To the Moon” è un videogioco di genere avventura e interattivo, creato dalla Freebird Games e uscito originariamente nel 2011.


Ci troviamo a controllare due scienziati, Eva e Neil, incaricati dal morente Johnny di esaudire un ultimo desiderio, grazie a una tecnologia in grado di creare memorie artificiali: il signore, infatti, vuole andare sulla Luna.

Eva e Neil, quindi, viaggeranno tra i ricordi di Johnny in modo da poter creare questo ricordo inedito nella sua mente, scoprendo il triste passato dell’uomo: egli era sposato con River, morta per una malattia.

Eva e Neil sono due sagome, hanno entrambi dei bei caratterini: lei è scorbutica e diretta, lui è un po’ un pagliaccio, infatti ogni tanto risulta stucchevole. Insieme regalano momenti meravigliosamente goliardici. Mi chiedo se siano sposati, fidanzati, o semplicemente colleghi. Hanno una chimica pazzesca.

Il povero Johnny fa tanta tenerezza, soprattutto quando scopriamo, mano a mano, il suo passato. Non mi meraviglia perché sia diventato una persona molto chiusa e fragile. Sua moglie River, anche solo come entità passata, è una figura molto importante per capire la trama. Anche lei non ha una storia facile, manco per niente.


Mano a mano, mentre si viaggia tra i ricordi di Johnny, abbiamo modo di rivedere alcuni momenti chiave della sua vita un po’ alla “Benjamin Button”, ovvero partendo da quelli più recenti fino ad arrivare all’infanzia. Non sono sempre delle memorie piacevoli, anzi: alcune sono veri e propri traumi o disgrazie, sia per Johnny che per River. è davvero difficili rimanere impassibili, davanti a certe scene tristi.

Nemmeno la missione di Eva e Neil fila liscio: i due avranno a che fare con molti imprevisti. Diciamo che i colpi di scena non mancano, soprattutto quando sono mirati a minare la nostra emotività.

A rendere l’impatto ancora più distruttivo è la semplicità con cui gli eventi drammatici vengono raccontati. Non c’è alcuna traccia di tragedia greca o esagerazione alla telenovela: il fatto accade, bam. Due parole, pochi secondi, schiettezza. Si soffre il doppio, rispetto alla drammaticità stucchevole di molti film o serie tv. Vista la delicatezza di certe tematiche, questo metodo brusco era l’unico possibile per coinvolgere al meglio i giocatori.

Infatti, uno dei grandi pregi di “To the Moon” è la capacità di gestire con delicatezza e, allo stesso tempo, con brutale sincerità, soggetti molto fragili come la malattia (che sia un male incurabile oppure una sindrome come quella di Asperger) e il lutto.

I più sensibili devono per forza giocare con un pacco di fazzoletti accanto, sennò allagano la camera, soprattutto nelle ultime scene del gioco. Lì c’è proprio l’affossamento psicologico, accompagnato da perdite gravi di tubature lacrimali.

Ciò non vuol dire che questo gioco è solo tristezza, dramma, pianti e depressione. Ci sono anche delle scene molto comiche, grazie alle azioni idiote di Neil e alle risposte acide di Eva.


I dialoghi sono coinvolgenti, sia nelle scene drammatiche che in quelle comiche. Queste ultime riescono a scatenare grasse risate, il che è un bene, visto che poi succede uno dei patatrac emotivi. I personaggi sono pochi, ma incantano, nel bene e nel male. Impossibile non affezionarsi a Johnny e River.

La storia è gestita in maniera semplice, senza troppe tecniche narrative complesse.

Ci sono un sacco di citazioni nerd.


Il gameplay è semplicissimo. Persino un bambino sarebbe capace di giocare a “To the Moon”.

Il gioco consiste nel muovere Eva e Neil e farli viaggiare nei ricordi di Johnny. Ogni sequenza è divisa dalle altre attraverso un minigioco puzzle, in cui bisogna ricomporre una figura. Tale figura è un oggetto che collega un ricordo con quello precedente, molto spesso è anche un elemento ricorrente della trama. Alcuni oggetti sono indispensabili per comprendere bene il carattere di Johnny o River.

Per accedere al minigioco, bisogna prima ritrovare cinque frammenti di memoria in giro per la zona. Raccolti essi, si libera l’oggetto chiave e si da inizio al minigioco.

Nella versione Switch, viene aggiunto qualche elemento in più, come il diario, dove si può accedere per rivivere una delle sequenze passate, controllate gli oggetti raccolti, osservare un breve riepilogo del gioco vissuto fino a quel momento, oppure cambiare la lingua.


La grafica è semplice quanto la trama. è tutto reso in maniera pixellata: chi si aspetta di giocare con un comparto tecnico ultramoderno e dettagliato, resterà deluso. Eppure a me piace tantissimo, dà quel tocco di “retro”, ma anche di tenerezza. I personaggi infatti risultano molto kawaii. Anche le ambientazioni sono molto belle, soprattutto la scogliera tanto cara a Johnny e River da costruirci sopra una casa.

Il vero capolavoro di questo gioco è la colonna sonora. Ogni singola traccia è stupenda, piena di emozioni e sentimenti. Se si finisce per piangere, durante alcune scene, è anche per “colpa” della soundtrack. Grazie alle musiche, ogni scena ha una sua identità, anche se a volte anticipano l’andazzo del momento (sarà una scena comica oppure tragica?)

La canzone principale, soprattutto quando suonata al piano, strugge.


“To the Moon” è un gioco che non punta alla grandezza grafica o alla complessità del gameplay: il suo focus è colpire il giocatore, coinvolgerlo grazie a una storia molto intensa, difficile da dimenticare.

Purtroppo, molte compagnie ormai pensano solo all’aspetto tecnico delle loro creazioni, perdendo di vista quello che i giocatori seri vogliono per davvero: una trama. Se un gioco fosse perfetto tecnicamente, ma senza un filo logico narrativo, io lo abbandonerei in quattro e quattr’otto. Voglio emozionarmi. Voglio vivere il gioco.

Dovrebbero esistere più “To the Moon”, al diavolo la grafica pixel demodé.

Spero davvero tanto che anche su Switch arrivi “Finding Paradise”, il gioco sequel. Ma soprattutto, non vedo l’ora che esca l’adattamento animato, perché sì, è stato confermato.

Lo so che è un desiderio masochista.

RedNerd Andrea

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