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Dovevo andarlo a vedere. È uscito il 18 e io sarei partito il 20 per tornare (forse) direttamente dopo un anno. Non potevo perdermi, però, il nuovo film del Quentin.

Ho apprezzato tutti i suoi film che ho visto finora, alcuni più alcuni meno, ma li ho trovati tutti belli. Il mio preferito, per ora, resterà sempre “Kill Bill: Volume 1”.

Era abbastanza ovvio, dunque, che avrei avuto alte aspettative per “C’era una volta…a Hollywood”, soprattutto visto il cast.

Sono riuscito, per il rotto della cuffia, a vederlo. Nonostante sia stato protagonista della visione più brutta e sgradevole degli ultimi anni (grazie, famigliola che si è portata i figli piccoli a vedere un film di Tarantino, grazie mille vi odio.), ho trovato un film molto affascinante, piuttosto diverso dal canone Tarantiniano, ma sempre pieno di carisma, spunti e riferimenti che non so cogliere e attori della Madonna.

Bravo Quentin, riesci sempre a tirare fuori dalla mia bocca delle opinioni positive.


Trama: Il celebre attore Rick Dalton non riesce a fare il grande salto e finisce per fare sempre gli stessi ruoli. Il suo caro amico e al tempo stesso sua controfigura Cliff Booth se la passa anche peggio. Tutto potrebbe, però, cambiare con una nuova proposta di lavoro. In quello stesso periodo, Roman Polanski e sua moglie Sharon Tate vanno a vivere proprio accanto a Dalton…


Scritto e diretto da Quentin Tarantino, “C’era una volta a…Hollywood” (in originale “Once Upon a Time in…Hollywood”) è un film che unisce il comico col drammatico.


Il cast è composto da un sacco di nomi importanti.

Cominciamo con i tre protagonisti. Rick Dalton, Cliff Booth e Sharon Tate sono interpretati rispettivamente da Leonardo DiCaprio, Brad Pitt e Margot Robbie. Il trio è circondato da molti personaggi, alcuni più corposi come Jay Seabring (Emile Hirsch), migliore amico di Polanski e Tate; “Pussycat” (Margaret Qualley), ragazza che si interessa molto a Booth; la bambina prodigio Trudi (Julia Butters) e il produttore Marvin Schwarzs (Al Pacino); altri, invece, appaiono come gloriosi cameo, come Bruce Lee (Mike Moh), James Stacy (Timothy Olyphant), Charles Manson (Damon Herriman) e i ragazzi della sua setta, compresi Squeaky (Dakota Fanning), l’anziano sfruttato George (Bruce Dern) e la “Figlia dei Fiori” (Maya Hawke); infine il celebre Roman Polanski (Rafal Zawierucha).

Chi ha già visto alcuni film di Tarantino, sarà felicissimo di rivedere degli attori già apparsi nelle sue opere, non solo Pitt, Dern e DiCaprio, ma anche Kurt Russell e Zoe Bell (da “Grindhouse – A Prova di Morte”), Michael Madsen e la giovane Perla Haney-Jardine (da “Kill Bill”).

Gli attori sono tutti magistrali. Chiunque contribuisce ad alzare l’asticella di qualità, anche nel caso dei personaggi minori.

DiCaprio ci sa fare, questo è poco ma sicuro. Nel corso della sua carriera ha fatto un sacco di ruoli memorabili e questo di Rick Dalton non è da meno. Pieno di complessi e comportamenti strani, l’attore rimane nel cuore di chi guarda il film. I suoi sguardi attirano di una calamita.

Anche Pitt riesce, ancora una volta, a dimostrare che i belloni sanno recitare (tra l’altro, fossi io nella sua forma a più di 50 anni…). Il suo personaggio è folle, pieno di punti di domanda, ma regala molte soddisfazioni.

Margot Robbie è magnetica, è impossibile non stare fermi a guardarla come degli ebeti: è bellissima, ha un fascino semplice ma straordinario e sa recitare. Conoscevo già di fama la povera Sharon Tate e qui mi ha fatto ancora più tenerezza.

I personaggi secondari, a parte la setta malata di Charles Manson, impersonano tutti delle figure sempre ricorrenti nel mondo del cinema e dello spettacolo in generale, tra produttori che hanno le loro idee, personaggi a due facce e bambini prodigio che sono così appassionati al ruolo dei loro sogni da far paura. Interessante soprattutto il personaggio di Bruce Lee, anche se non l’avrei mai immaginato così arrogante e irritante.

Manson appare poco ma fa paura, grazie anche ai suoi pupilli che compaiono in scena a far le sue veci. Da odiare come pochi e nemmeno Pussycat si salva. La loro presenza dona quel piccolo tocco horror che non può fare che bene.

Decisamente, un cast di gran pregio. Cavolo, ci stanno pure due pietre miliari come Kurt Russell e Al Pacino. Anche le figure più negative riescono ad accendere una miccia e lasciare il segno. Secondo me, però, Polanski e Manson avrebbero meritato molto più spazio in più.


La storia è diversa, rispetto al canone tarantiniano: è più semplice di quanto sembri. In pratica, ci vengono mostrare delle giornate lavorative a Hollywood, tra riprese, scazzi e ingaggi. Il povero Rick Dalton ha difficoltà a ritornare alla ribalta, dopo essere stato relegato ai soliti ruoli da cattivone, ma l’ultimo ingaggio che gli viene proposto potrebbe rappresentare la svolta. Nel frattempo, seguiamo anche la vita di Booth, più sfortunato del suo amico e collega, visto che nessuno lo vuole ingaggiare: si ritrova, quindi, a fare da tuttofare a Dalton. Abbiamo Booth passione accompagnatore in macchina, Booth passione ripara antenne, Booth passione guardiano di casa, etc…porello. Non so se sia peggio essere ridotti a fare da “schiavo” o non poter lavorare per colpa delle dicerie che girano tra quelli che contano nel settore. Abbiamo, però, un terzo punto di vista: Sharon Tate che si gode la fama in crescita e l’amore con Polanski.

Cosa c’entrano tutti insieme? Si scoprirà nella parte avanzata del film, quando avverrà un celebre fatto di cronaca nera.

Poter guardare la storia da tre punti di vista completamente diversi è molto figo, soprattutto se questi personaggi sono poi destinati a riunirsi sotto un denominatore comune.

Il ritmo, come in molti dei film di Tarantino, è abbastanza lento. Chi non è molto resistente rischia di abbioccarsi, a un certo punto, ma il fascino della storia e delle ambientazioni, secondo me, riescono a tenere gli occhi incollati sullo schermo. Sono 2 ore e 40 minuti pieni di roba: omaggi alla Hollywood di un tempo, fatti di cronaca, eventi semplici ma capaci di rivelare molto di un personaggio. La sostanza non manca affatto, così come la forma.

Il pregio forte di Tarantino è essere SEMPRE imprevedibile. Anche quando siamo sicuri di come prosegua una storyline, lui trova il modo di cambiare le carte in tavola, facendo cadere le nostre mascelle per terra. Lo abbiamo già visto a “Bastardi Senza Gloria”.

Mi dispiace solo di essere una capra in materia culturale, perché sono sicuro che ci siano un sacco di rimandi alla cultura popolare (uno dei tratti distintivi maggiormente riconoscibili in Tarantino) che non sono riuscito nemmeno a percepire con l’inconscio. Ma so di aver apprezzato molto lo spazio riservato al cinema, sia come luogo fisico che come entità culturale. Per quanto riguarda il primo caso, molte scene sono ambientate sul set e assistiamo agli attori che recitano le loro battute, incorrendo spesso in “bloopers” (povero Dalton), mentre in altre vediamo i protagonisti ingegnarsi per ripassare i dialoghi da soli prima di girare. Nel secondo caso, invece, vediamo un’industria in grande cambiamento (il 1969 è un anno abbastanza cruciale a livello culturale). Le esigenze diventano altre, così come i gusti. Chi non si adegua a questi cambiamenti, rischia di trovare difficoltà nel lavoro e anche qui entra in gioco Dalton.

Molto simpatico l’utilizzo dei flashback e dei flashforward narrati, riescono a essere utili ai fini della trama.


Ovviamente la sceneggiatura è molto tosta, sennò non sarebbe un film di Quentin Tarantino. I dialoghi sono numerosi, pieni di concetti da esprimere, tanto da sembrare, in alcuni casi, un po’ insensati. È innegabile, però, quanto siano interessanti.

I personaggi sono ben rappresentati (grazie anche alla bravura degli attori), la storia è meno complessa di quanto ci si possa aspettare e viene strutturata in modo molto buono, anche se un pochino troppo esteso.

I più suscettibili potrebbero avere dei problemi con le battute più volgari e offensive.


Una grossa sorpresa, da parte mia, è rappresentata dal fatto che questo film è troppo poco crudo. Non aspettatevi gli spargimenti di sangue e gli smembramenti di “Django Unchained”, “Kill Bill” o altri film. Sì, ci sono comunque scene di violenza molto forti, ma non sono così frequenti. I combattimenti, invece, non mancano, soprattutto perché ci sta Bruce Lee. Non sfruttare a pieno un celebre lottatore come lui sarebbe stato un crimine da corte marziale (anche se avrei voluto vedere ancora più scene con lui).


Costumi e ambientazioni sono stupendi. Si vede benissimo che siamo nel 1969, ogni personaggio è vestito con il suo stile (a volte anche improbabile) e c’è tanto hippie in giro. Anche gli abiti usati nelle riprese sono fighissimi, Leo con trucco e parrucco da cattivo lercio è qualcosa di grandioso.

Belle, come sempre, le riprese. Il suo fetish per i piedi è sempre più palese.

Le location vertono quasi tutte su Hollywood, tra set grossi, roulotte, locali molto frequentati e villette dotate di piscina (CHE. INVIDIA.). Molto spazio viene anche dato a un ranch abbastanza inquietante. Se le scene fossero state girare di notte, sarebbe uscito fuori un ottimo horror.

La colonna sonora è davvero azzeccata, ma sarebbe stato impossibile aspettarsi il contrario, Tarantino ha ottimo gusto nell’assegnare canzoni alle sue scene (secondo me). Tiro sempre come esempio “Kill Bill: Vol.1”, ogni traccia scelta è epica. Qui, ovviamente, ci sono moltissime canzoni uscite alla fine degli anni ’60. Ascoltare a sorpresa “Hush” dei Deep Purple è stato emozionante.


“C’era una volta a…Hollywood” non è il film che mi sarei aspettato da Tarantino, ma è stato decisamente meglio così. Mi è sembrato di aver visto qualcosa di nuovo, di diverso. La sua bravura nel dirigere non si discute e anche i dialoghi sono belli tosti. Ci ha voluto regalare un suo personale omaggio al cinema degli anni ’60-’70, molto probabilmente la sua annata preferita. Secondo me, è un film che dividerà fan e critici. Io spero in una bella stagione di nomination e, magari, vittorie di premi.

Grazie Quentin, con me riesci sempre a fare centro.

Cosa mi è piaciuto:

  • Le ambientazioni.
  • La recitazione del cast.
  • Le musiche.
  • La storia, semplice ma interessante. Alcuni colpi di scena spiazzano.
  • Il taglio registico.

Cosa non mi è piaciuto:

  • Poco spazio ad alcuni personaggi “storici”.

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rednerd andrea

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